Nancy Elizabeth Cunliffe

21st May 2007

Nancy Elizabeth Cunliffe

Un altro disco del 2006 passato ingiustamente sotto quasi totale silenzio è l’EP di debutto di Nancy Elizabeth Cunliffe. La giovine inglese (della contea rurale del Lancashire) si è rifugiata per due notti tra i riverberi di un’antica chiesa (stile corinzio, precisa) e con chitarra e arpa (celtica, ciao Giuanna) ma anche harmonium, autoharp, thai kim (eh? soggiorno in Thailandia, dice) e all’ascolto direi forse qualche altra cosuccia, ha intagliato le sei canzoni gioiellino di The Wheel Turning King (Timbreland, microetichetta mancuniana dall’occhio lungo). Una scrittura delicata, sanamente radicata nel folk britannico, quindi brumosa, umida e verde anche quando è meno circolare (Place to Shelter, tendente al folk-rock) o più eccentrica (le corde percussive di Wildfire), appoggiata sulla voce rinfrescante di Nancy che duettando con se stessa (la title track) si incammina senza timore verso i picchi di Murdoch.

Un mini che quatto quatto mi mette sulla mappa un nome. Se consideriamo che l’album nuovo è circa pronto e in uscita a fine estate e che la nostra si fa notare anche in un leggiadro trio di arpiste, potremo presto vedere se la scommessa è vincente.

Borneo to be wild

8th May 2007


Video degli ineffabili Selvaggi del Borneo

Seppia in Val Padana

4th May 2007

polesine

A volte non serve cercare lontano per il pantano

Gruppo Folk Internazionale - Polesine

My Heart Goes Bloom

3rd May 2007

Dead Heart Bloom

Dead Heart Bloom si distingue decisamente nel marasma delle netrelease: non ha nulla di elettronico, di noise né di improvvisato. Al contrario la creatura di Boris Skalsky, ex Phaser trasferitosi da Washington DC a New York, sfoggia una produzione di livello, una cura particolare per la forma album e addirittura una lussuosa sezione d’archi. E anche qualche bella canzone.

Boris SkalskyLa scrittura solida del nostro risalta nell’omonimo debutto uscito a marzo 2006: incorniciati da intro e outro in punta di acustica, troviamo funky anni 70/90 con tastiere ansiogene (The Marchers Are Coming, Saint Henry) o svolazzi di archi disco (Sodom) che subito dopo colano a cascata su una ballata lacrimosissima (I Hope I Stop Fading), un’apocalisse gentile ripresa più volte al piano (One Long Last Look, Letter to the World), reminiscenze Alice in Chains (New Messiah), intermezzi ambientali sospesi o stratificazioni di origine minimalista (Goodbye Farewell). Nonostante la varietà, il disco è compatto in un percorso preciso, pervaso di un senso di doom biblico (paradigmatica la versione di Folsom Prison Blues) come se il Beck di Mutations avesse perso il treno fantasma per tropicalia e fosse rimasto insabbiato nel suo fault.

Di marzo 2007 è la seconda uscita di Dead Heart Bloom, il mini Chelsea Diaries: 8 canzoni in cui Skalsky imbraccia tendenzialmente la chitarra, sfronda i riferimenti (e tutti quei violini esagerati, peccato) e passa da Beck ai grandi padri Beatles. Il risultato è calligrafico da far spavento, dai suoni alle varie tipologie dei pezzi dei Fab Four richiamati, con parziale eccezione per certe ballate che si discostano meno dal sentimento blues dell’esordio. Di nuovo bisogna dire quanto la scrittura mimetica del nostro sia pregevole e burrosa all’orecchio, in particolare nelle armonie vocali.

Forse meglio quando mischia di più le carte in tavola, comunque ribadisco, materiale che vale almeno lo scaricaggio (se non l’acquistaggio) e l’orecchio teso. 

¿Cuánto cuesta el viaje en catapulta?

cresta

Salvador Cresta, chi era costui? Un umile impiegato, un generale, il nuovo Devendra Bananas? Un outsider totale. Tanto basta.

Salvador Cresta - Consideraciones Peculiares Sobre la Astronomìa de los Jabones 

tracklistDall’alto dei suoi 22 anni il nostro ha già secreto una manciata di album concepiti e realizzati direttamente nella sua cameretta a Villa Carlos Paz, in Argentina. Periferia della periferia, and proud of it. Basta vedere le confezioni uniche in cui spedisce i suoi cd, collage poveri che suggeriscono immagini, tempi, luoghi della sua vita ("questo disco è stato registrato qui -> O" in una foto che non scannerizzo per paura di rovinare) in sparsi grumi creativi quasi mail-art. E dentro quest’oggetto che odora di anni e polvere e piante, ho trovato una quarantina di storie argentine di ragni vegetali, gatti e torce: freak folk dal sabor latino, divertito e gentilmente allucinato, figlio diretto della meraviglia per le piccole cose di certo lo-fi, della pressione del potenziale di certo lo-fi, del puntillismo gestaltico di certo lo-fi, dell’inevitabile spreco di certo lo-fi.

Salvador Cresta - Magia 

E fratello spirituale perchenò potrebbe degli Animal Collective più distesi. Storie "for listen at night in a dark room whit a cup and cap and a cop", suggerisce. Ma io dico che andrebbe bene anche in un pomeriggio assolato sul patio, o stesi sull’erba ad inalare gli stralunati e antitecnici arpeggi di chitarra acustica, i tocchi sporadici di tastiere ed elettronica scrausa, i flauti misteriosi e tutti gli altri arrangiamentini arrabattati tascabili, piluccare di volta in volta l’improbabile falsetto, il recitato sardonico, il coro mbriago, il sussurro che apre le porte della sera. Quando un pappappàppa e tre colpi di tosse possono dare un ritornello, una risata può dare un ritmo, mani che si strofinano sembrano un assolo. Quando le idee vengono prima della realizzazione delle stesse. Quando nostalgia e follia si accompagnao in un ballo fantasma. Quando tutto quello che serve è un giardino. E quando il viaggio in catapulta costa troppo poco per non spetasciarsi.

Salvador Cresta - Algunas Observaciones / La Banda Sonora

Puzzi come dopo l’ora di ginnastica

26th April 2007

sloth skeleton

Brothers of the Occult Sisterhood - Temple of the Sloth

Paciosi con degli unghioni enormi, mammiferi a sangue freddo con la testa indipendente e quel ché di umano che inquieta: se i gatti vengono da Marte, i bradipi sono una plutonica allucinazione controfelina in slowmotion. Se muoiono appesi lì restano.

Animal Speak era carino, ma Run From Your Honey Mind è ad un altro livello.

Cos’e'Paz

13th April 2007

Paz Lenchantin
Cheddire di Paz Lenchantin? Che si tira su i capelli in un Perfect Circle, se la ride con Billy Corgan, suona per i sordi e per la Herrema e poi passa ad offrire i suoi molteplici servigi ad un Pajo di gruppi come Silver Jews e Brightblack Morning Light, fino a stabilirsi negli ex-prewar Entrance? Che nel frattempo trova pure il tempo di lavorare all’ultimo, grande, film di Michael Mann? Che con un curriculum così se ne esce dopo sei anni dal mediamente sconosciuto debutto solista con meno di un quarto d’ora di cdr (reperibile solo su myspace) dedicato al fratello suicidatosi nel 2003? Che in questo quarto d’ora sola soletta propone una specie di eterealizzazione non spaziale del country-folk, tutta archi bavosi e vocine quasi Josephine Foster? Direi che cose delicate come il Kentucky Hymn (e gli altri due tre pezzi più compiuti) vestono molto adeguatamente, e meglio, il suo aspetto da incrocio pellerossa tra una Catta Powera e una Judee Sill.

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