Tesco vs. Sainsbury’s

9th August 2007


Niente male anche Conspiracy of the Gods

The truth is not self-evident

28th May 2007

Tim Fite

A proposito di revival anni 90, Tim Fite è un altro di quelli. A seguire Gone Ain’t Gone di un paio di anni fa è da poco uscito Over the Counter Culture. Controcultura o cultura della cassa: più che un disco un pamphlet. Tanto che Tim, per dimostrare coerenza, ha deciso in accordo con la Anti di permetterne lo scaricaggio gratuito. E si rinnova la samplacopia slackerdelica beckiana, hot dog dance stavolta sul piede di guerra, meno indolenzita rispetto al debutto e più hip hop rispetto al signor Hansen. Atrofizzando (per il momento?) i tentacoli folk USA e incorporando gambe supplementari in levare (la title track, Camouflage, schegge ovunque), con immutato gusto collagistico per i finti jingle, quest’ultimo figlio di Frankenstein macina sarcastico rifiuti pop, piazza la sua scommessa e in assetto da combattimento lancia la marcia verso il palazzo ("a king is not a president, a crime is not a government" etc). Bene così, ora si attendono i prossimi Gunshow e il progetto improbabile insieme a Rio En Medio.

My favourite Trabant

19th May 2007

Trabant Mobil 

I Trabant Mobil: se vi dicessi che fanno rock progressivo magari non credereste che possono spararvi un pezzo così

Trabant Mobil - My Penguin in FrigorFreezer

E allora non lo dico, ché tanto è solo un elemento tra gli altri pastichiati dai nostri al secondo parto, My Favourite Pelo. In tal bouquet, giallo e rosa come una sweet sweet vagina, l’iconico veicolo non esita a raccattare ogni sorta di autostoppista, aggiungendo vocine a vocione, funkartoon meccanici a sambe di plastica, sospensioni spaziali a turgori hard-prog, feeling noir a tentazioni jazz, e buttando sul piatto, già che ci è, spruzzate di cineseria tarocca, elettrobeats, ambient, carillon fuorigiri e voci (e) trovate qb. Il tutto non torturato nel giardino zorniano né prosopopeizzato come in certi seventies, ma condotto con serio entusiasmo verso il deragliamento grottesco (per dire, potrebbero fraternizzare con l’Industrialien, o forse no). Contattateli, non ve ne pentirete.

Spring collection

16th April 2007


I piedoni dell’artwork non mi lasciavano indifferente

Caghiamorrèp con i suoni da dippàuz

14th April 2007

Crookers Limonare
Dopo ripetuti avveduti ascolti del mixtape, con la mano a lisciare il mento e lo sguardo all’infinito, sono alfin giunto alla conclusione che, saranno i frutti di stagione sarà il grasso di balena che ste traxxx lubano dalle recchie in giù, lo Zingohype ci ha beccato: Crookers capriolano ormoni quasi come Scuola Furano un paio di anni fa. C’è un pezzo nella green pilllist qui di fianco. Fatevi un giro. Ignoranza pura.

Gimme back my flag

11th April 2007

Psalters Logo

Dopo i Trees, un’altra comune cristiana dagli U.S.A. Ancora musica corale, ancora apertura alle musiche tradizionali altre, ancora una struttura rituale liturgica. Ma il ph dell’aria non è lo stesso, no no, e un fuoco 2006 marchia la Messa dei Psalters. Che è una celebrazione violenta, sulfurea, combattiva. Che non trovate in nessuna top ten di fine anno. Ma che è una rivelazione, sorprendentemente bella e potente.

Liturgy bookletRiuscite ad immaginare un disco in cui ci siano melodie mediorientali, tambureggiamenti africani, spezie klezmer, piedmont, esteuropee e celtiche senza che le varie influenze siano smussate in una pappetta world, ma anzi in cui tutto converga in un attrito tensivo? Un disco che sia intensamente folk e politico ma sanamente lontano dal (argh) combat folk de noantri? The Divine Liturgy of the Wretched Exiles è tutto questo e di più, sputato fuori con l’ardore di un esorcismo che spurghi il dolore di una tribù nomade senza pace da duemila anni. Una tribù che si sfilaccia in un delta di voci per poi ricompattarsi in una transe fluviale posseduta. Una parata di monstri in un percorso celebrativo salvifico, dal ticchettio impazzito su bordone di gola di Trisagion (l’introito) alla marcia di Psalm 6 (l’atto penitenziale), dal gospel blues disastrato di Rich Man and Afghanistan (il kyrie eleison) ai field recordings bellici che condiscono i melismi arabeggianti nel dramma bifronte Amal (la colletta), dal Tom Waits in catene che si trascina catramoso in Dig It Up (l’offertorio) ai crescendo esplosivi di Hosanna (il Sanctus) e Lord’s Prayer (il Padre Nostro), dal groove afro baritono di Scarfdance (scambiatevi un segno di pace) alla paradisiaca oasi a cappella dell’Agnus Dei, dopo cui si scivola verso scenari meno travagliati: Badlands si chiude in una danza pellerossa, Dumpster Divers spezza il pane in uno stomp festaiolo, All Who Are Weary è un folk appalachiano assorpresa intimo e pacato, Train de Vie risolve l’exeunt in una fanfara balcanica. Su tutto ciò urla belluine da Antico Testamento, lamenti muezzinici, cori forsennati tra il gospel e l’inferno, corde archi e percussioni a profusione e tutto un ben di dio di sei righe fitte fitte di strumenti più o meno pronunciabili (e un libercolo completo di testi e spartiti).

Già da questi 80 minuti scarsi di musica si capisce come qualche osservatore abbia potuto definirli anarco-cristiani. Se poi si leggono i testi, ci si aggiunge un aspetto a metà tra il freak hippie e il punkabbestia, una definizione di ‘liturgia’ come ‘opera del popolo’ (e qua ci sta tutta), le dichiarazioni sulla consapevolezza politica del nomadismo, è evidente come il loro agire sia prossimo all’idea di stato nascente, al movimento più che all’istituzione. Coerentemente, il disco non è sul mercato (ed ecco perché non ne leggete in riviste e webzine): si può ottenere scrivendo ad un indirizzo indicato sul sito (fateci un giro, guardate le foto, scaricate gli mp3), donando poi un obolo a propria discrezione.

Ora, io non sono uso stilare classifiche di fine anno

Publishingnoticespress

4th April 2007

Naomi Elizabeth
Questa qui di fianco è la foto meno sessuata che ho trovato di Naomi Elizabeth, elettrosciantosa da San Diego. Se guardate le altre, più o meno caste, sembra un effetto perverso delle Suicide Girls. Diciamo una versione depatinata e casereccia, myspaceata.

Il suo debutto (forse) del 2005 viene qui descritto (e stroncato) come indie-folk, poi c’è la sterzata verso l’elettronica che si autoproduce tutt’ora. Che è una roba un po’ strana, un po’ fuori, dal sapore dilettantesco, ma direi personale: scalcia sgarruppata bassa fedeltà, né hiphop né breakbeat né electroclash, a volte al limite con la drum’n'bass ma per lo più non saprei bene cosa (e infatti poi la vediamo performare in ambienti noise, insieme a Kevin Shields, per dire); tra le gabbie ritmiche secche e insistite e gli occasionali abbellimenti (una chitarra, un metallofono, tutto synthetizzato?) si divincola la voce, acuta e ammiccante ma soprattutto beffarda: "here’s a poem for you / kiss my ass". Meglio delle Suicide Girls.

<< REW || FFWD >>