Già che siamo in argomento. Ovviamente non c’è solo quello delle pallotte a cercare le cose dietro il sole. Tra i tanti piccoli drakeiani dei nostri giorni, ne ho scelti tre che si nascondono nelle pieghe dell’industria discografica, nell’ombra in un mondo dove tutto è illuminato. Materiale derivativo, minore quanto volete. Ma per vocazione. Comunque emozionale.

Tom LoMacchio (segnalato a suo tempo da Morris) è tra i nostri quello che ha il percorso più eclettico: partito con i Plunger, si rende conto di avere materiale che esula da quello più rock della band e inizia a proporlo a nome Deadwood Divine. La visione solista si definisce nel 1999 con Five Years Later. Il riferimento è tutt’altro che criptico, e già dal fingerpicking cristallino dell’intro è tutto chiaro, anche senza i "five leaves left in 69 / five years later he died / the story makes me cry" della title track. Il take di LoMacchio sul songwriting di Nick Drake è tormentato e articolato, l’intimismo sfocia in impennate drammatiche (diciamo emo, ma) guidate dall’interpretazione dolente della voce, un po’ alla Mark Kozelek (Safe and Sound mi ha riportato alla mente Mistress). Ora, nel 1999 forse queste cose non erano hype come adesso. Ad incrementare l’aria marginale del nostro mettiamoci anche che la Linkwork Records chiuse i battenti circa poco dopo la pubblicazione del disco (per diventare Tiger Style). Insomma fino all’epidemia myspace è stato impossibile reperire informazioni sul nostro. Poi si scopre che quei tocchi di piano e tastiere che apparivano qua e là tra la chitarra acustica di Five Years Later non erano semplici puntelli ma un’indicazione per il futuro: altro cambio di rotta ed ecco negli 00 il synth-postpunk degli Stereograph. Staremo a vedere.

Pur essendo (anche lui) americano, Tom Hanson è forse il più vicino a Far Leys. Il titolo del disco ancora una volta dice tutto: Wake of the Moon (2001). Stavolta il picking/strumming chitarristico e la voce profonda disegnano scenari prevalentemente notturni, sul limite tra il rassegnato e il rasserenato. La scrittura è compatta ed equilibrata, gli arrangiamenti dosano il surplus di varietà: permettono leggeri esotismi di cello e percussioni (She’s a Quasar), slide lontane (Incandescent) e violini per nulla redneck (Tomorrow), luminescenze di piano e organo (Hold onto Blue), addirittura una cassa in quarti (My Love in Blue). Ma invece di linkare ogni pezzo, faccio prima a passarvi la pagina da cui il disco si può scaricare legalmente e gratuitamente (o ordinare). E in cui si vede come cinque anni dopo, invece di seguire le orme, Tom stia peparando un nuovo disco: Everything Takes Forever. Eh.

Ho scoperto Gareth Dickson all’unico concerto italiano della Vashti. Gareth suonava la chitarra, accompagnando (insieme ad Adem) la mitologica. Nel mezzo di un concerto già di per sé emozionante il nostro propose una sua canzone che mi fece venire la pelle d’oca: questa qui. Poi vai a cercare il suo sito, e lo trovi così. Ti spedisce il cd, e la copertina è questa foto scrausa qua sopra. Il commoziometro impazzisce. Spruce Goose, tra i tre qui considerati, è il disco dal suono più homemade e meno filologico: la chitarra è rarefatta, stupefatta, meditabonda, a volte distesa su ovattati pleateau ambientali (Fifth - the impossibility of death), spesso carica di eco, sempre persa nello spazio (inner più che outer, se c’è differenza). E la voce, quelle due tre timide toccanti volte che fa capolino, pare quasi sul punto di svanire. Ecco, la sparizione è l’aspetto drakeiano più presente in Gareth Dickson.
(che poi va beh il più vero Nick Drake oltre Nick Drake è Arthur Russell, ma inutile dirlo ora che è arrivato il suo prestigio)