Hermitage

18th November 2007

Hermitage

Seguendo il secondo principio della triade neworderiana qui a fianco, Hermitage mi hanno spedito il loro ep, from Marsiglia with love. Con buona pace di chi si pone problemi nella gestione di questa categoria, questi ragazzi dichiarano senza patemi fin dall’indirizzo myspace di fare post-rock. E’ post-rock di quello tardo, romantico e cavalcante, con tocchi d’archi che non fanno mai male (e anche un trombone, ospite benvenuto), reminiscenze prog (nella strutturazione varia dei brani, nei suoni di Next 5 Km) e addirittura tendente all’assolo (la chitarra psych coperta da questa celebre intervista di Pasolini messa intelligentemente in primo piano in 1859). Ma senza patemi perché l’autocoscienza è un pregio, e perché i bei momenti non mancano: soprattutto il break pizzicato di Glass e il tocco vario delle tastiere, che potrebbe dare una marcia in più.

Freak Paeans

12th June 2007

Fraek Paeans

Una rapida segnalazione per questo mignon sommerso, Now When I Wear An Anchor, ristampa di una cassetta del 2005 distribuita ora gratuitamente in 100 cdr (ma bellini eh) da Caff Flick (occhio ai Lucky Dragons nel roster). Chi è il Freak Paeans non si capisce bene, ma si sa che suona la chitarra e ci canta sopra leggero 11 canzoni che in meno di due minuti dicono tutte le loro cose, intime e fragili ma in modo solido e ben definito. Roba da cameretta, non a bassa fedeltà (c’è anche qualche raddoppio vocale) ma minore al limite dell’invisibilità, che senza disturbare per l’ennesima volta Nick Drake può tranquillamente rimandare alla linea dello zio Billy, Bonnie Prince. Cose così

Freak Paeans - Cathy with the laughing eyes 

The truth is not self-evident

28th May 2007

Tim Fite

A proposito di revival anni 90, Tim Fite è un altro di quelli. A seguire Gone Ain’t Gone di un paio di anni fa è da poco uscito Over the Counter Culture. Controcultura o cultura della cassa: più che un disco un pamphlet. Tanto che Tim, per dimostrare coerenza, ha deciso in accordo con la Anti di permetterne lo scaricaggio gratuito. E si rinnova la samplacopia slackerdelica beckiana, hot dog dance stavolta sul piede di guerra, meno indolenzita rispetto al debutto e più hip hop rispetto al signor Hansen. Atrofizzando (per il momento?) i tentacoli folk USA e incorporando gambe supplementari in levare (la title track, Camouflage, schegge ovunque), con immutato gusto collagistico per i finti jingle, quest’ultimo figlio di Frankenstein macina sarcastico rifiuti pop, piazza la sua scommessa e in assetto da combattimento lancia la marcia verso il palazzo ("a king is not a president, a crime is not a government" etc). Bene così, ora si attendono i prossimi Gunshow e il progetto improbabile insieme a Rio En Medio.

My Heart Goes Bloom

3rd May 2007

Dead Heart Bloom

Dead Heart Bloom si distingue decisamente nel marasma delle netrelease: non ha nulla di elettronico, di noise né di improvvisato. Al contrario la creatura di Boris Skalsky, ex Phaser trasferitosi da Washington DC a New York, sfoggia una produzione di livello, una cura particolare per la forma album e addirittura una lussuosa sezione d’archi. E anche qualche bella canzone.

Boris SkalskyLa scrittura solida del nostro risalta nell’omonimo debutto uscito a marzo 2006: incorniciati da intro e outro in punta di acustica, troviamo funky anni 70/90 con tastiere ansiogene (The Marchers Are Coming, Saint Henry) o svolazzi di archi disco (Sodom) che subito dopo colano a cascata su una ballata lacrimosissima (I Hope I Stop Fading), un’apocalisse gentile ripresa più volte al piano (One Long Last Look, Letter to the World), reminiscenze Alice in Chains (New Messiah), intermezzi ambientali sospesi o stratificazioni di origine minimalista (Goodbye Farewell). Nonostante la varietà, il disco è compatto in un percorso preciso, pervaso di un senso di doom biblico (paradigmatica la versione di Folsom Prison Blues) come se il Beck di Mutations avesse perso il treno fantasma per tropicalia e fosse rimasto insabbiato nel suo fault.

Di marzo 2007 è la seconda uscita di Dead Heart Bloom, il mini Chelsea Diaries: 8 canzoni in cui Skalsky imbraccia tendenzialmente la chitarra, sfronda i riferimenti (e tutti quei violini esagerati, peccato) e passa da Beck ai grandi padri Beatles. Il risultato è calligrafico da far spavento, dai suoni alle varie tipologie dei pezzi dei Fab Four richiamati, con parziale eccezione per certe ballate che si discostano meno dal sentimento blues dell’esordio. Di nuovo bisogna dire quanto la scrittura mimetica del nostro sia pregevole e burrosa all’orecchio, in particolare nelle armonie vocali.

Forse meglio quando mischia di più le carte in tavola, comunque ribadisco, materiale che vale almeno lo scaricaggio (se non l’acquistaggio) e l’orecchio teso. 

Sul nido del cuculo

31st March 2007

Hazey Charlotte Greig

La prima cosa di Charlotte Greig che io abbia mai ascoltato è la versione di The Cuckoo eseguita live a Resonance Radio. Ed è un biglietto da visita formidabile. Una registrazione da ascoltare e riascoltare con le orecchie sulle casse, o con le mani premute sulle cuffie. In medias res ci si ritrova nel mezzo di un flusso di suoni in continuo movimento che sembra non avere inizio né fine. Charlotte espone la melodia nel modo più semplice e diretto mentre intorno a lei ondeggiano avanti e indietro il bordone del suo harmonium, bleeps da laboratorio, fiati meditabondi e traballanti, strisci acidognoli di chitarra psych, una serie di voci trovate (una metallica che prima esce con un "invisible", poi doppia un canto fanciullesco distratto e assorto, una maschile e calda che dedica il pezzo ad un villaggio gallese, un’altra che ride sinistra), di suoni indefinibili cangianti, di sporcizie ambientali fruscianti. Il naufragar m’è dolce:

Charlotte Grieg - The Cuckoo (Live at Resonance Radio) 

Un trattamento per certi versi antitetico a quello dei Matmos, ugualmente declinato al presente ma più vicino all’arcano sprofondare che per alcuni è il folk, perché meno narrativo. E il resto dell’EP, scaricabile gratuitamente via Woven Wheat Whispers, è altrettanto valido: ci sono i 10 minuti di psichedelica ipnosi su chitarra catatonica di I wish I wish e il trick percussivo che guida la dolce chiusa di Cotton Crown (quanti cantanti folk si mettono a coverizzare i Sonic Youth?). Dobbiamo certamente rendere merito al chitarrista Julian Hayman e al tecnico del suono Johnny Brown, ma ad ascoltare quanto la nostra mette su myspace, direi che è anche questione di regia. Folk masterpiece 2006 A.D.

Altri drakini

25th March 2007

Già che siamo in argomento. Ovviamente non c’è solo quello delle pallotte a cercare le cose dietro il sole. Tra i tanti piccoli drakeiani dei nostri giorni, ne ho scelti tre che si nascondono nelle pieghe dell’industria discografica, nell’ombra in un mondo dove tutto è illuminato. Materiale derivativo, minore quanto volete. Ma per vocazione. Comunque emozionale.

 

tom lomacchio nel 1996

Tom LoMacchio (segnalato a suo tempo da Morris) è tra i nostri quello che ha il percorso più eclettico: partito con i Plunger, si rende conto di avere materiale che esula da quello più rock della band e inizia a proporlo a nome Deadwood Divine. La visione solista si definisce nel 1999 con Five Years Later. Il riferimento è tutt’altro che criptico, e già dal fingerpicking cristallino dell’intro è tutto chiaro, anche senza i "five leaves left in 69 / five years later he died / the story makes me cry" della title track. Il take di LoMacchio sul songwriting di Nick Drake è tormentato e articolato, l’intimismo sfocia in impennate drammatiche (diciamo emo, ma) guidate dall’interpretazione dolente della voce, un po’ alla Mark Kozelek (Safe and Sound mi ha riportato alla mente Mistress). Ora, nel 1999 forse queste cose non erano hype come adesso. Ad incrementare l’aria marginale del nostro mettiamoci anche che la Linkwork Records chiuse i battenti circa poco dopo la pubblicazione del disco (per diventare Tiger Style). Insomma fino all’epidemia myspace è stato impossibile reperire informazioni sul nostro. Poi si scopre che quei tocchi di piano e tastiere che apparivano qua e là tra la chitarra acustica di Five Years Later non erano semplici puntelli ma un’indicazione per il futuro: altro cambio di rotta ed ecco negli 00 il synth-postpunk degli Stereograph. Staremo a vedere.

 

tom hanson

Pur essendo (anche lui) americano, Tom Hanson è forse il più vicino a Far Leys. Il titolo del disco ancora una volta dice tutto: Wake of the Moon (2001). Stavolta il picking/strumming chitarristico e la voce profonda disegnano scenari prevalentemente notturni, sul limite tra il rassegnato e il rasserenato. La scrittura è compatta ed equilibrata, gli arrangiamenti dosano il surplus di varietà: permettono leggeri esotismi di cello e percussioni (She’s a Quasar), slide lontane (Incandescent) e violini per nulla redneck (Tomorrow), luminescenze di piano e organo (Hold onto Blue), addirittura una cassa in quarti (My Love in Blue). Ma invece di linkare ogni pezzo, faccio prima a passarvi la pagina da cui il disco si può scaricare legalmente e gratuitamente (o ordinare). E in cui si vede come cinque anni dopo, invece di seguire le orme, Tom stia peparando un nuovo disco: Everything Takes Forever. Eh.

 

gareth dickson

Ho scoperto Gareth Dickson all’unico concerto italiano della Vashti. Gareth suonava la chitarra, accompagnando (insieme ad Adem) la mitologica. Nel mezzo di un concerto già di per sé emozionante il nostro propose una sua canzone che mi fece venire la pelle d’oca: questa qui. Poi vai a cercare il suo sito, e lo trovi così. Ti spedisce il cd, e la copertina è questa foto scrausa qua sopra. Il commoziometro impazzisce. Spruce Goose, tra i tre qui considerati, è il disco dal suono più homemade e meno filologico: la chitarra è rarefatta, stupefatta, meditabonda, a volte distesa su ovattati pleateau ambientali (Fifth - the impossibility of death), spesso carica di eco, sempre persa nello spazio (inner più che outer, se c’è differenza). E la voce, quelle due tre timide toccanti volte che fa capolino, pare quasi sul punto di svanire. Ecco, la sparizione è l’aspetto drakeiano più presente in Gareth Dickson

(che poi va beh il più vero Nick Drake oltre Nick Drake è Arthur Russell, ma inutile dirlo ora che è arrivato il suo prestigio)

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