Tesco vs. Sainsbury’s

9th August 2007


Niente male anche Conspiracy of the Gods

Gimme back my flag

11th April 2007

Psalters Logo

Dopo i Trees, un’altra comune cristiana dagli U.S.A. Ancora musica corale, ancora apertura alle musiche tradizionali altre, ancora una struttura rituale liturgica. Ma il ph dell’aria non è lo stesso, no no, e un fuoco 2006 marchia la Messa dei Psalters. Che è una celebrazione violenta, sulfurea, combattiva. Che non trovate in nessuna top ten di fine anno. Ma che è una rivelazione, sorprendentemente bella e potente.

Liturgy bookletRiuscite ad immaginare un disco in cui ci siano melodie mediorientali, tambureggiamenti africani, spezie klezmer, piedmont, esteuropee e celtiche senza che le varie influenze siano smussate in una pappetta world, ma anzi in cui tutto converga in un attrito tensivo? Un disco che sia intensamente folk e politico ma sanamente lontano dal (argh) combat folk de noantri? The Divine Liturgy of the Wretched Exiles è tutto questo e di più, sputato fuori con l’ardore di un esorcismo che spurghi il dolore di una tribù nomade senza pace da duemila anni. Una tribù che si sfilaccia in un delta di voci per poi ricompattarsi in una transe fluviale posseduta. Una parata di monstri in un percorso celebrativo salvifico, dal ticchettio impazzito su bordone di gola di Trisagion (l’introito) alla marcia di Psalm 6 (l’atto penitenziale), dal gospel blues disastrato di Rich Man and Afghanistan (il kyrie eleison) ai field recordings bellici che condiscono i melismi arabeggianti nel dramma bifronte Amal (la colletta), dal Tom Waits in catene che si trascina catramoso in Dig It Up (l’offertorio) ai crescendo esplosivi di Hosanna (il Sanctus) e Lord’s Prayer (il Padre Nostro), dal groove afro baritono di Scarfdance (scambiatevi un segno di pace) alla paradisiaca oasi a cappella dell’Agnus Dei, dopo cui si scivola verso scenari meno travagliati: Badlands si chiude in una danza pellerossa, Dumpster Divers spezza il pane in uno stomp festaiolo, All Who Are Weary è un folk appalachiano assorpresa intimo e pacato, Train de Vie risolve l’exeunt in una fanfara balcanica. Su tutto ciò urla belluine da Antico Testamento, lamenti muezzinici, cori forsennati tra il gospel e l’inferno, corde archi e percussioni a profusione e tutto un ben di dio di sei righe fitte fitte di strumenti più o meno pronunciabili (e un libercolo completo di testi e spartiti).

Già da questi 80 minuti scarsi di musica si capisce come qualche osservatore abbia potuto definirli anarco-cristiani. Se poi si leggono i testi, ci si aggiunge un aspetto a metà tra il freak hippie e il punkabbestia, una definizione di ‘liturgia’ come ‘opera del popolo’ (e qua ci sta tutta), le dichiarazioni sulla consapevolezza politica del nomadismo, è evidente come il loro agire sia prossimo all’idea di stato nascente, al movimento più che all’istituzione. Coerentemente, il disco non è sul mercato (ed ecco perché non ne leggete in riviste e webzine): si può ottenere scrivendo ad un indirizzo indicato sul sito (fateci un giro, guardate le foto, scaricate gli mp3), donando poi un obolo a propria discrezione.

Ora, io non sono uso stilare classifiche di fine anno

Il melograno

8th April 2007

Trees Community

Con la scusa della pasqua parlo un po’ dell’attesissima ristampa (già sold out nella prima edizione) della Trees Community. Diciamo subito che i 4 cd vengono in un box verde che si apre/sfoglia a croce fino a rivelare il ricco booklet, che tutto sommato il prezzo non è alto e che probabilmente l’oggetto resterà come catalizzatore dei ricordi 200X del ritorno dei suoni whimsical folky anni 60 e 70 da una parte e dall’alta attenzione mediatica e culturale verso religione e/o spiritualità (solito momento di crisi? onda lunga dell’11 settembre? etc?) dall’altra. Poi c’è la musica.

I dischi permettono di seguire un certo percorso evolutivo nella scrittura, via via più eccentrica dai cerimoniali dal vivo del 1973 al nastro A portrait of Jesus Christ in Music per culminare nel capolavoro di questa comune anni 70, il mitizzato The Christ Tree. Permettono (va detto: tra qualche ripetizione) di cogliere la tendenza creativa delle esibizioni, vissute come eventi unici e partecipativi, in parte improvvisati. Regalano un paio di eccezionali bonus non live che insinuano il sospetto che non sia finita qui. Ma in realtà si tratta di sottigliezze, in una visione complessiva compatta fin dall’inizio, che va semplicemente svelando e definendo le proprie facce.

Lo so, il binomio musica/Dio può far storcere il naso, ma per un attimo dimentichiamo i concerti in Vaticano, il Gen VerdeRosso e il meraviglioso TBN e proviamo a vedere che altri frutti tali radici possono produrre. La concezione della vita religiosa di questa comunità aperta e seminomade, lontana da papato e papaboys, si manifesta in un’ampia rosa di brani che contemporaneamente riescono:

-a portare il cantautorato acustico verso una forma rituale espansa (poco importa se molti pezzi sono brevi, la gestalt, il melograno, prevale);

-ad essere ecumenicamente ricettivi verso i suoni del mondo, inglobando i profumi d’oriente di una miriade di strumenti esotici (80);

-ad essere corali, quasi comunitari (e quindi folk?) nella composizione e nell’esecuzione strumentale e vocale (il melograno);

-ad aprire porte per la meditazione (comunque prevalenti) senza censurare momenti mondani, dissonanze e rilasci percussivi tutt’altro che sereni, senza appiattire la complessità del percorso di fede/dubbio;

-a tradurre la vocazione alla testimonianza narrativa (più che alla catechesi) in un’erranza melodica degna dell’Incredible String Band.

In pratica ne esce una liturgia protoprog unplugged, un hapax che con coinvolgente naiveté hippie rivela la natura psichedelica dell’esperienza spirituale che l’ha generato. Un percorso in qualche modo estremo, e ovviamente per molti non condivisibile, che però si contrappone ontologicamente e dall’interno ai rigurgiti reazionari strumentali di molte interpretazioni religiose/politiche attuali.

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