My Heart Goes Bloom

3rd May 2007

Dead Heart Bloom

Dead Heart Bloom si distingue decisamente nel marasma delle netrelease: non ha nulla di elettronico, di noise né di improvvisato. Al contrario la creatura di Boris Skalsky, ex Phaser trasferitosi da Washington DC a New York, sfoggia una produzione di livello, una cura particolare per la forma album e addirittura una lussuosa sezione d’archi. E anche qualche bella canzone.

Boris SkalskyLa scrittura solida del nostro risalta nell’omonimo debutto uscito a marzo 2006: incorniciati da intro e outro in punta di acustica, troviamo funky anni 70/90 con tastiere ansiogene (The Marchers Are Coming, Saint Henry) o svolazzi di archi disco (Sodom) che subito dopo colano a cascata su una ballata lacrimosissima (I Hope I Stop Fading), un’apocalisse gentile ripresa più volte al piano (One Long Last Look, Letter to the World), reminiscenze Alice in Chains (New Messiah), intermezzi ambientali sospesi o stratificazioni di origine minimalista (Goodbye Farewell). Nonostante la varietà, il disco è compatto in un percorso preciso, pervaso di un senso di doom biblico (paradigmatica la versione di Folsom Prison Blues) come se il Beck di Mutations avesse perso il treno fantasma per tropicalia e fosse rimasto insabbiato nel suo fault.

Di marzo 2007 è la seconda uscita di Dead Heart Bloom, il mini Chelsea Diaries: 8 canzoni in cui Skalsky imbraccia tendenzialmente la chitarra, sfronda i riferimenti (e tutti quei violini esagerati, peccato) e passa da Beck ai grandi padri Beatles. Il risultato è calligrafico da far spavento, dai suoni alle varie tipologie dei pezzi dei Fab Four richiamati, con parziale eccezione per certe ballate che si discostano meno dal sentimento blues dell’esordio. Di nuovo bisogna dire quanto la scrittura mimetica del nostro sia pregevole e burrosa all’orecchio, in particolare nelle armonie vocali.

Forse meglio quando mischia di più le carte in tavola, comunque ribadisco, materiale che vale almeno lo scaricaggio (se non l’acquistaggio) e l’orecchio teso. 

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