Il melograno

8th April 2007

Trees Community

Con la scusa della pasqua parlo un po’ dell’attesissima ristampa (già sold out nella prima edizione) della Trees Community. Diciamo subito che i 4 cd vengono in un box verde che si apre/sfoglia a croce fino a rivelare il ricco booklet, che tutto sommato il prezzo non è alto e che probabilmente l’oggetto resterà come catalizzatore dei ricordi 200X del ritorno dei suoni whimsical folky anni 60 e 70 da una parte e dall’alta attenzione mediatica e culturale verso religione e/o spiritualità (solito momento di crisi? onda lunga dell’11 settembre? etc?) dall’altra. Poi c’è la musica.

I dischi permettono di seguire un certo percorso evolutivo nella scrittura, via via più eccentrica dai cerimoniali dal vivo del 1973 al nastro A portrait of Jesus Christ in Music per culminare nel capolavoro di questa comune anni 70, il mitizzato The Christ Tree. Permettono (va detto: tra qualche ripetizione) di cogliere la tendenza creativa delle esibizioni, vissute come eventi unici e partecipativi, in parte improvvisati. Regalano un paio di eccezionali bonus non live che insinuano il sospetto che non sia finita qui. Ma in realtà si tratta di sottigliezze, in una visione complessiva compatta fin dall’inizio, che va semplicemente svelando e definendo le proprie facce.

Lo so, il binomio musica/Dio può far storcere il naso, ma per un attimo dimentichiamo i concerti in Vaticano, il Gen VerdeRosso e il meraviglioso TBN e proviamo a vedere che altri frutti tali radici possono produrre. La concezione della vita religiosa di questa comunità aperta e seminomade, lontana da papato e papaboys, si manifesta in un’ampia rosa di brani che contemporaneamente riescono:

-a portare il cantautorato acustico verso una forma rituale espansa (poco importa se molti pezzi sono brevi, la gestalt, il melograno, prevale);

-ad essere ecumenicamente ricettivi verso i suoni del mondo, inglobando i profumi d’oriente di una miriade di strumenti esotici (80);

-ad essere corali, quasi comunitari (e quindi folk?) nella composizione e nell’esecuzione strumentale e vocale (il melograno);

-ad aprire porte per la meditazione (comunque prevalenti) senza censurare momenti mondani, dissonanze e rilasci percussivi tutt’altro che sereni, senza appiattire la complessità del percorso di fede/dubbio;

-a tradurre la vocazione alla testimonianza narrativa (più che alla catechesi) in un’erranza melodica degna dell’Incredible String Band.

In pratica ne esce una liturgia protoprog unplugged, un hapax che con coinvolgente naiveté hippie rivela la natura psichedelica dell’esperienza spirituale che l’ha generato. Un percorso in qualche modo estremo, e ovviamente per molti non condivisibile, che però si contrappone ontologicamente e dall’interno ai rigurgiti reazionari strumentali di molte interpretazioni religiose/politiche attuali.

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