
Dopo i Trees, un’altra comune cristiana dagli U.S.A. Ancora musica corale, ancora apertura alle musiche tradizionali altre, ancora una struttura rituale liturgica. Ma il ph dell’aria non è lo stesso, no no, e un fuoco 2006 marchia la Messa dei Psalters. Che è una celebrazione violenta, sulfurea, combattiva. Che non trovate in nessuna top ten di fine anno. Ma che è una rivelazione, sorprendentemente bella e potente.
Riuscite ad immaginare un disco in cui ci siano melodie mediorientali, tambureggiamenti africani, spezie klezmer, piedmont, esteuropee e celtiche senza che le varie influenze siano smussate in una pappetta world, ma anzi in cui tutto converga in un attrito tensivo? Un disco che sia intensamente folk e politico ma sanamente lontano dal (argh) combat folk de noantri? The Divine Liturgy of the Wretched Exiles è tutto questo e di più, sputato fuori con l’ardore di un esorcismo che spurghi il dolore di una tribù nomade senza pace da duemila anni. Una tribù che si sfilaccia in un delta di voci per poi ricompattarsi in una transe fluviale posseduta. Una parata di monstri in un percorso celebrativo salvifico, dal ticchettio impazzito su bordone di gola di Trisagion (l’introito) alla marcia di Psalm 6 (l’atto penitenziale), dal gospel blues disastrato di Rich Man and Afghanistan (il kyrie eleison) ai field recordings bellici che condiscono i melismi arabeggianti nel dramma bifronte Amal (la colletta), dal Tom Waits in catene che si trascina catramoso in Dig It Up (l’offertorio) ai crescendo esplosivi di Hosanna (il Sanctus) e Lord’s Prayer (il Padre Nostro), dal groove afro baritono di Scarfdance (scambiatevi un segno di pace) alla paradisiaca oasi a cappella dell’Agnus Dei, dopo cui si scivola verso scenari meno travagliati: Badlands si chiude in una danza pellerossa, Dumpster Divers spezza il pane in uno stomp festaiolo, All Who Are Weary è un folk appalachiano assorpresa intimo e pacato, Train de Vie risolve l’exeunt in una fanfara balcanica. Su tutto ciò urla belluine da Antico Testamento, lamenti muezzinici, cori forsennati tra il gospel e l’inferno, corde archi e percussioni a profusione e tutto un ben di dio di sei righe fitte fitte di strumenti più o meno pronunciabili (e un libercolo completo di testi e spartiti).
Già da questi 80 minuti scarsi di musica si capisce come qualche osservatore abbia potuto definirli anarco-cristiani. Se poi si leggono i testi, ci si aggiunge un aspetto a metà tra il freak hippie e il punkabbestia, una definizione di ‘liturgia’ come ‘opera del popolo’ (e qua ci sta tutta), le dichiarazioni sulla consapevolezza politica del nomadismo, è evidente come il loro agire sia prossimo all’idea di stato nascente, al movimento più che all’istituzione. Coerentemente, il disco non è sul mercato (ed ecco perché non ne leggete in riviste e webzine): si può ottenere scrivendo ad un indirizzo indicato sul sito (fateci un giro, guardate le foto, scaricate gli mp3), donando poi un obolo a propria discrezione.
Ora, io non sono uso stilare classifiche di fine anno