Ancora Trabant
31st March 2007E ancora meglio.
E ancora meglio.

La prima cosa di Charlotte Greig che io abbia mai ascoltato è la versione di The Cuckoo eseguita live a Resonance Radio. Ed è un biglietto da visita formidabile. Una registrazione da ascoltare e riascoltare con le orecchie sulle casse, o con le mani premute sulle cuffie. In medias res ci si ritrova nel mezzo di un flusso di suoni in continuo movimento che sembra non avere inizio né fine. Charlotte espone la melodia nel modo più semplice e diretto mentre intorno a lei ondeggiano avanti e indietro il bordone del suo harmonium, bleeps da laboratorio, fiati meditabondi e traballanti, strisci acidognoli di chitarra psych, una serie di voci trovate (una metallica che prima esce con un "invisible", poi doppia un canto fanciullesco distratto e assorto, una maschile e calda che dedica il pezzo ad un villaggio gallese, un’altra che ride sinistra), di suoni indefinibili cangianti, di sporcizie ambientali fruscianti. Il naufragar m’è dolce:
Charlotte Grieg - The Cuckoo (Live at Resonance Radio)
Un trattamento per certi versi antitetico a quello dei Matmos, ugualmente declinato al presente ma più vicino all’arcano sprofondare che per alcuni è il folk, perché meno narrativo. E il resto dell’EP, scaricabile gratuitamente via Woven Wheat Whispers, è altrettanto valido: ci sono i 10 minuti di psichedelica ipnosi su chitarra catatonica di I wish I wish e il trick percussivo che guida la dolce chiusa di Cotton Crown (quanti cantanti folk si mettono a coverizzare i Sonic Youth?). Dobbiamo certamente rendere merito al chitarrista Julian Hayman e al tecnico del suono Johnny Brown, ma ad ascoltare quanto la nostra mette su myspace, direi che è anche questione di regia. Folk masterpiece 2006 A.D.
Piccolo inno dei Trabant
Playstation top scores are a waste of time
Interviews on telephone are a waste of time
Friday evening, wash your car
Come on waste your time
Save money for your girlfriend, such a waste of time
We keep on dancing wasting our time
We keep on dancing wasting our time
Reach middle class wage it’s a waste of time
Soul mate seeking on the net is a waste of time
Peep tangas that surround you
Instead of going straight ahead
We keep on dancing wasting our time
We keep on dancing wasting our time
Dancer/waster
Dancer/waster

A quanto pare nel nuovo disco le Rising Appalachia confermano il loro approccio folk allargato: nel loro spazio si sente anche uno human beatbox. E si può prender nota delle date del loro secondo passaggio in Italia.
Nel frattempo per una pipa di tabacco si può reperire il cdr delle sorelle Baird: Meg, quella ciusta perché sta negli Espers, e Laura, che qui si ritaglia il suo palco, firmando le canzoni non tradizionali del disco (circa la metà). In realtà la differenza si sente, con i pezzi autografi che tendenzialmente si distendono e quelli folk che frizzano freschi di aria pedemontana: banjo, seicorde e armonie vocali, un cello ogni tanto, il tutto rigorosamente at home, in due giorni del gennaio 2003. Nuovo materiale è in preparazione. Intanto una mezzoretta relax.
Si accettano segnalazioni di altre sorelle Appalachiane.
Sarà andato oltre Takeshis? Per riallacciarsi dall’altra parte in un Getting Any tripudio?
Già che siamo in argomento. Ovviamente non c’è solo quello delle pallotte a cercare le cose dietro il sole. Tra i tanti piccoli drakeiani dei nostri giorni, ne ho scelti tre che si nascondono nelle pieghe dell’industria discografica, nell’ombra in un mondo dove tutto è illuminato. Materiale derivativo, minore quanto volete. Ma per vocazione. Comunque emozionale.

Tom LoMacchio (segnalato a suo tempo da Morris) è tra i nostri quello che ha il percorso più eclettico: partito con i Plunger, si rende conto di avere materiale che esula da quello più rock della band e inizia a proporlo a nome Deadwood Divine. La visione solista si definisce nel 1999 con Five Years Later. Il riferimento è tutt’altro che criptico, e già dal fingerpicking cristallino dell’intro è tutto chiaro, anche senza i "five leaves left in 69 / five years later he died / the story makes me cry" della title track. Il take di LoMacchio sul songwriting di Nick Drake è tormentato e articolato, l’intimismo sfocia in impennate drammatiche (diciamo emo, ma) guidate dall’interpretazione dolente della voce, un po’ alla Mark Kozelek (Safe and Sound mi ha riportato alla mente Mistress). Ora, nel 1999 forse queste cose non erano hype come adesso. Ad incrementare l’aria marginale del nostro mettiamoci anche che la Linkwork Records chiuse i battenti circa poco dopo la pubblicazione del disco (per diventare Tiger Style). Insomma fino all’epidemia myspace è stato impossibile reperire informazioni sul nostro. Poi si scopre che quei tocchi di piano e tastiere che apparivano qua e là tra la chitarra acustica di Five Years Later non erano semplici puntelli ma un’indicazione per il futuro: altro cambio di rotta ed ecco negli 00 il synth-postpunk degli Stereograph. Staremo a vedere.

Pur essendo (anche lui) americano, Tom Hanson è forse il più vicino a Far Leys. Il titolo del disco ancora una volta dice tutto: Wake of the Moon (2001). Stavolta il picking/strumming chitarristico e la voce profonda disegnano scenari prevalentemente notturni, sul limite tra il rassegnato e il rasserenato. La scrittura è compatta ed equilibrata, gli arrangiamenti dosano il surplus di varietà: permettono leggeri esotismi di cello e percussioni (She’s a Quasar), slide lontane (Incandescent) e violini per nulla redneck (Tomorrow), luminescenze di piano e organo (Hold onto Blue), addirittura una cassa in quarti (My Love in Blue). Ma invece di linkare ogni pezzo, faccio prima a passarvi la pagina da cui il disco si può scaricare legalmente e gratuitamente (o ordinare). E in cui si vede come cinque anni dopo, invece di seguire le orme, Tom stia peparando un nuovo disco: Everything Takes Forever. Eh.

Ho scoperto Gareth Dickson all’unico concerto italiano della Vashti. Gareth suonava la chitarra, accompagnando (insieme ad Adem) la mitologica. Nel mezzo di un concerto già di per sé emozionante il nostro propose una sua canzone che mi fece venire la pelle d’oca: questa qui. Poi vai a cercare il suo sito, e lo trovi così. Ti spedisce il cd, e la copertina è questa foto scrausa qua sopra. Il commoziometro impazzisce. Spruce Goose, tra i tre qui considerati, è il disco dal suono più homemade e meno filologico: la chitarra è rarefatta, stupefatta, meditabonda, a volte distesa su ovattati pleateau ambientali (Fifth - the impossibility of death), spesso carica di eco, sempre persa nello spazio (inner più che outer, se c’è differenza). E la voce, quelle due tre timide toccanti volte che fa capolino, pare quasi sul punto di svanire. Ecco, la sparizione è l’aspetto drakeiano più presente in Gareth Dickson.
(che poi va beh il più vero Nick Drake oltre Nick Drake è Arthur Russell, ma inutile dirlo ora che è arrivato il suo prestigio)
Segnalò Mickaela maniaca.